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Isolarsi e perdere il contatto con la realtà. È un problema dei mondi virtuali?

30 January 2010

Fin dai tempi più remoti, l’uomo si isola completamente da quello che lo circonda.

Fugge, pur senza spostarsi. Con l’ausilio di strumenti che si è costruito si rifugia, per ore o anche per giornate intere, in mondi di fantasia. Viaggia in città ormai scomparse dalla faccia della terra, incontra persone che non esistono, vive storie mai accadute.

A seconda degli strumenti usati, questo viene chiamato essere appassionati di Letteratura, di Cinema e di Poesia.

Al giorno d’oggi, nessuno ritiene una cosa strana e pericolosa leggere dei romanzi.
Gli amanti della poesia non sono considerati intrinsecamente dei falliti, ma persone con sensibilità e senso dell’estetica.
Gli appassionati di cinema non buttano via la loro vita durante la proiezione di un film, bensì aumentano la loro cultura.

Se però lo strumento usato è un software che simula un ambiente tridimensionale, allora

  • “stai conducendo una seconda e falsa vita”
  • “rischi di perdere il contatto con la realtà”
  • “ti estranei da quello che conta davvero”
  • “vivi in un mondo di illusione”

C’è davvero differenza fra i mondi virtuali e gli altri media usati dall’uomo per costruire la propria cultura?
Finché rimango libero di scegliere se e come usarli, no.

Update
cfr. “People have always sought to visit imaginary worlds, whether transported through books, music, theatre, dance, … and they always will”
Richard Bartle, in commento a “Are Virtual Worlds over?” di Raph Koster.

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